Demo · lo scroll è la rotazione
Una testa di bronzo antico, e i trecentosessanta gradi che servono a vederla.
Gira
000° — Guarda dritto, e non è un caso: chi l'ha fuso voleva che lo si incontrasse da qui. È l'unico punto in cui il bronzo finge di essere una persona.
090° — Novanta gradi e la persona se ne va. Resta il taglio della barba, il naso, il modo in cui il metallo è stato battuto. Da qui è un oggetto, non uno sguardo.
180° — Il retro nessuno lo doveva vedere. I riccioli sono più sommari, la fusione più spessa: si risparmiava dove l'occhio non arrivava.
270° → 360° — Torna il volto, ma non è più lo stesso: adesso sai cosa c'è dietro. Vedere una cosa per intero costa un giro completo.

Gli occhi non sono di bronzo. Sono avorio e pasta vitrea, montati a freddo dentro le orbite vuote, con le ciglia ritagliate nel rame una per una.
È la ragione per cui a 000° l'oggetto sembra vivo: l'unico pezzo che non è metallo è quello che ti guarda.

A 180°, sulla nuca, corre una linea più chiara. Non è antica: è un restauro, e si vede perché chi l'ha fatto non ha provato a nasconderlo.
La regola è quella: una riparazione deve restare leggibile. Un pezzo rotto e riparato racconta due storie, e nessuna delle due va cancellata.

Sul plinto sembra leggera. Non lo è: sono ventidue chili di lega, e si sollevano in due, da sotto, mai per i riccioli.
È l'unica immagine di questa pagina in cui compare una persona, e si vedono soltanto le mani.
Il colore del bronzo non esiste. Esiste quello che la luce ne tira fuori mentre gli passa sopra: prima niente, poi la guancia, poi l'occhio, poi di nuovo niente.
Questo è l'unico filmato della pagina, e parte una volta sola.

Con i neon di servizio l'apparizione finisce. Il bronzo torna un numero d'inventario su un carrello, fra il cartone e una pinza da imballaggio.
Era già così anche prima. Il buio e il faretto erano una scelta di chi guarda — come i trecentosessanta gradi che hai appena fatto.